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Il passero solitario, non è comune nell’Italia centrale, e nelle Marche le osservazioni di questa specie sono davvero sporadiche.
Eppure Leopardi ne fa l’immagine speculare della propria giovinezza.
Da dove nasce questa scelta, se il poeta, anche quando parla di uccelli, lo fa sempre a ragion veduta?
L’origine è nei testi di Georges-Louis Leclerc, conte di Buffon, che Leopardi conosce bene.
Il naturalista francese scrive che il passero solitario ama posarsi “sur le coq d’un clocher ou sur la girouette de cette tour”, e del suo canto osserva: “Ce chant, tout pathétique qu’il est, ne suffit pas à l’expression du sentiment dont il est plein: un oiseau solitaire sent plus, et plus profondement qu’un autre.”
Buffon nota anche che questo uccello predilige i borghi abitati, separandosi dai suoi simili: “Dans le moment où la plupart des animaux… se passeroit de tout l’Universo.”
Leclerc, studioso di matematica, botanica e cosmologia, fu tra i primi a concepire una visione trasformista del mondo vivente, pur non essendo evoluzionista. Divide le specie in nobili, che si mantengono inalterate, e inferiori, che possono degenerare dando origine ad altre forme. E sostiene che, quando una specie produce una versione migliorata di sé, la precedente scompare.
Nel 1749 iniziò la pubblicazione della sua opera maggiore, la Storia Naturale, che doveva comprendere tutti i regni della natura: vi compaiono minerali e una parte degli animali, quadrupedi e uccelli. È noto anche per aver introdotto il metodo di classificazione binomiale: il primo nome indica il genere, il secondo la specie.
Leopardi, particolarmente attento al canto degli uccelli, annota nello Zibaldone:
“Io sono persuaso che il canto li diletti non solo come canto, ma come contenente bellezza, cioè armonia.”
E nelle Operette morali definisce gli uccelli “le più liete creature del mondo”, aggiungendo che vorrebbe essere convertito in uccello “per provare quella contentezza e letizia della loro vita”.
Il passero solitario, nome scientifico Monticola solitarius, ordine Passeriformi, famiglia Muscicapidi.
Il maschio, dal mantello blu cobalto e ali nere, somiglia a un merlo, ma ha becco sottile, coda slanciata e zampe nere.
La femmina e i giovani sono bruno-marroni.
Il suo habitat ideale comprende zone costiere assolate, l’Italia meridionale, le isole e le aree montane rocciose.
Non supera i mille metri di altitudine e frequenta anche ambienti artificiali che ricordano pareti rocciose: torri, campanili, cave, edifici antichi.
Schivo e timido, resta immobile a lungo su posatoi elevati.
In primavera, stagione degli amori, il maschio delimita il territorio. Le coppie si formano solo per la riproduzione: poi ogni esemplare torna alla solitudine.
La sua dieta è varia: insetti, ragni, lombrichi, lumache, piccoli vertebrati. Pratica la “caccia alla posta”, attendendo la preda dall’alto.
Il nido è costruito in luoghi protetti: muri di edifici, cimiteri, castelli, chiese, case disabitate, monumenti. Mai sugli alberi.
La femmina cova fino a sei uova per quindici giorni; i piccoli diventano autonomi dopo diciotto, poi la coppia si scioglie.